Gino Gerlin

Le viti son come i bambini, si devono educare
Gino Gerlin ha 60 anni appena compiuti. La storia della sua famiglia è quella di tante di queste colline: generazioni e generazioni di mezzadri e poi i sacrifici per comprare la terra, per avere qualcosa di davvero proprio. “Dall’89 in avanti, prima i miei genitori e poi io, abbiamo comprato i terreni, sempre un passo alla volta, con molti sacrifici e una buona dose di coraggio. Io ho sempre fatto il contadino come secondo lavoro. Ho lavorato per 34 anni in fabbrica, all’inizio nel settore dei stampaggi e poi nella lavorazione della cellulosa e del cartone paraffinato. Lavorando a turni sono sempre riuscito a gestire anche la terra, certo è stato un impegno. Il lavoro del contadino o ti piace o non lo fai.” Oggi per fortuna ad aiutarlo ci sono i figli, quattro, di cui due periti agrari, Mariano e Francesco.
La famiglia Gerlin ha 6 ettari di vigneti sparsi tra San Pietro di Feletto e Susegana, tutta Glera (siamo in piena DOCG) ma ha mantenuto, un po’ per autoconsumo e un po’ per romanticismo, 1000 metri di colli di conegliano rosso nell’ampio vigneto attorno a casa. “Poi ovviamente ci sono i campi a seminativo e a foraggio per le mucche: fino al 2007 consegnavamo il latte, poi abbiamo rinunciato, come tanti qua attorno, e ora teniamo alcuni capi per la carne e per il letame.” Attorno a casa infatti oltre all’orto (rigorosamente della nonna, che ha 81 anni ma non conosce la parola “stanca”) ci sono la stalla, il fienile e la letamaia.

Con Gino ed i figli torna spesso il tema dell’equilibrio, della circolarità e del riposo. Non esiste, come siamo abituati a pensare in cantina, solo il tempo del riposo del vino, ma anche quello della terra, delle piante, persino del letame.
“Il letame deve essere “spento”, deve riposare 6-7 mesi per essere buono. Noi concimiamo ad anni alterni, così la pianta ha più equilibrio e cresce in modo più omogeneo. Il letame fa da filtro nel terreno e lo lascia respirare, ma trattiene l’umidità quando c’è siccità.”
Certo non è sufficiente e bisogna star dietro alla vigna, ad esempio procedere con la lavorazione sottofila ogni 15-20 giorni, e tenere ancora più pulito a causa della cicalina, stando attenti a ogni dettaglio “persino a pulire le forbici dopo aver tagliato una vita malata”. Ma prendersi cura dei vigneti vuol dire anche educare le piante: un concetto che può sembrare strano ma che rende l’idea di quanto un contadino percepisca la vite come qualcosa di vivo. “Non ci sono regole definite, ognuno conosce il proprio terreno. Ad esempio alcuni mantengono poca vegetazione sulla pianta per abituare l’uva al caldo, noi invece tagliamo solo due volte l’anno e lasciamo un’ombra protettiva per il sole e, soprattutto, la grandine. E poi in questo modo l’acidità è avvantaggiata, l’uva è migliore se non è “scottata”. Inoltre, quando vediamo che la pianta ha sete la lasciamo “in carenza” per 4-5 giorni, in modo che sia costretta ad allungare le radici verso il basso alla ricerca dell’umidità e non dipenda costantemente dai capricci del clima; per questo non amo l’irrigazione a goccia, localizzata e costante. Noi bagniamo poco ma lo facciamo su tutto il campo, e soprattutto di notte, così la temperatura circostante è più fresca e fa bene alla pianta.

La famiglia Gerlin negli anni ha cercato di ottenere vigneti sicuri dal punto di vista idrogeologico per evitare possibili dissesti. “ "Crevada" prende il nome dall’omonimo torrente che scorre in questa valle. Queste colline sono ottime per la coltivazione della vite e la qualità del Prosecco si nota di conseguenza, ma per ottenere questi risultati abbiamo bonificato, contribuito alla sistemazione del torrente che in passato allagava la zona ad ogni pioggia intensa: un lavoro impegnativo, che però ha portato benefici a tutti. Anche nella gestione dell’irrigazione cerchiamo di alternarci non secondo regole, ma secondo principi di buon senso e collaborazione reciproca.”
L’equilibrio nel mondo contadino è fondamentale, con buona pace degli economisti che pensano di aver inventato il concetto di economia circolare negli anni 2000. “L’economia circolare è sempre esistita nel mondo contadino ed è sempre stata utile, oggi invece si cerca di distruggere: c’è una bella differenza tra lavorare secondo le regole e in sicurezza e invece condannare a priori il lavoro altrui.” Esemplare da questo punto di vista è quanto sta accadendo con la flavescenza dorata, che qui ha colpito molto duro. Gino e la sua famiglia hanno già sostituito 5000 viti, ormai il procedimento è consolidato: tagliano appena notano la malattia, quando arriva l’inverno procedono con gli espianti e poi reimpiantano una vite sana. “È una lotta impari ma ci proviamo con le armi a nostra disposizione.
La cosa che mi dispiace di più è che oltre il danno arriva anche il biasimo: è stato fatto tanto inutile allarmismo sul Clorpirifos (un pesticida pericoloso per la salute umana) e molte persone pensano che venga già utilizzato, ma non è vero: io ci abito qui, di certo non ho intenzione di mettere a rischio la salute dei miei cari. Ma è sempre così, c’è chi lancia allarmi prematuri, che poi vengono ripresi dai media e questo crea tanta confusione nell’opinione pubblica. In generale oggi c’è una percezione del mondo contadino che è rimasta agli anni ‘70-’80: allora sì c’era più approssimazione, ma oggi ci sono i registri per l’uso dei fitofarmaci e molti più controlli, ma in generale c’è molta più conoscenza da parte degli stessi contadini sulle pratiche migliori per salvaguardare le coltivazioni e l’ambiente”.

Lasciamo Gino con la sua seconda passione: la cinofilia. Ha, infatti, anche dei segugi dell’Appennino, un’allegra e rumorosa brigata con cui percorre tutta Italia per partecipare alle gare di caccia alla lepre.