Lauretta Zamai e Bruno Padoin

Mantenere le radici, quelle della famiglia e quelle della natura
Crevada, agosto 2023 – La foto migliore della Tenuta Astoria di Refrontolo è quella che si fa dal giardino di Lauretta Zamai e Bruno Padoin. Dalla loro casa, che confina ad ovest con la tenuta, si coglie tutta la bellezza di queste colline morbide del Conegliano - Valdobbiadene, con i vigneti in cima a prendere il sole e le vali occupate dai boschi, più o meno grandi. “Quando hanno inaugurato la cantina siamo diventati subito conferitori, era la cosa più ovvia date la vicinanze e i buoni rapporti tra vicini” raccontano.
Lauretta è originaria di Falzé di Piave, mentre Bruno è cresciuto qui, la sua famiglia è “emigrata” da Solighetto nel 1928 nella zona tra Refrontolo e Susegana. Ci mostrano le foto di famiglia, di quelle numerose degli anni ‘50 con le donne in nero, gli uomini col cappello e tanti bambini. Lauretta ha fatto un lavoro immane per ricreare l’albero genealogico della sua famiglia, dispersi come sono tra un Paese e l’altro, alla ricerca del lavoro che una volta non c’era. Anche lei e Bruno, con 4 figli e 5 nipoti, hanno contribuito a un far crescere quest’albero rigoglioso. Saranno loro, si spera, a dare coltivare in futuro i 4 ettari di vigneto in queste colline, che la famiglia ha da tanto tempo, prima da affittuaria (fino al ‘71 le terre erano dei Conti Brandolini, quelli di Castelbrando) e poi da orgogliosa proprietaria.

Bruno racconta la sua giovinezza, quando faceva il muratore durante il giorno e nel tempo libero aiutava i genitori in vigneto. La generazione di Bruno ha imparato sul campo, “rubando con gli occhi”, a differenza di quella successiva (compreso il figlio Sattis) che ha potuto studiare viticoltura (soprattutto al “Cerletti”, la scuola enologica che ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita delle professionalità giuste per accompagnare il successo del Prosecco, nel trevigiano).
I suoi racconti sembrano arrivati dall’800 eppure sono di 50, 60 anni fa “fino agli anni ‘70 qui i carretti si attaccavano ancora ai buoi, non ai trattori. I trattamenti si facevano con la pompa a spalla, un po’ alla volta, e altrettanto lentamente si faceva la concimazione”. Bruno racconta che ogni mattina, prima di andare al lavoro portava una carriola di letame al papà in vigneto, e si faceva la lavorazione sottofilare a mano (a vanga).
Oggi la cura del vigneto è la stessa, i loro vigneti non hanno mai visto un diserbo chimico, ma le macchine aiutano a semplificare il lavoro.

L’irrigazione, ad esempio, si fa con la botte, “abbiamo fatto dei lavori in passato per creare delle vasche in cemento che raccogliessero l’acqua per poi caricare le botti e irrigare le viti, così si spreca meno acqua possibile.”

Eppure, se a Bruno e ai suoi coetanei mancavano le conoscenze fisiche o chimiche, avevano il vantaggio di un legame con la natura molto profondo, una conoscenza dei suoi ritmi creata fin da piccoli. La loro non è mai un’immagine stereotipata, della natura buona, è la natura che usi in tanti modi per portare il cibo in tavola, ma che rispetti nei suoi ritmi. Non c’erano solo la vigna, il foraggio per le mucche o i campi a seminativo, ma tante altre attività che si imparavano a fare fin da piccoli: “A maggio si andava a lumache e gamberi, in autunno si andava a funghi. E poi c’erano gli uccelli: li prendevamo con la cerbottana, non era un semplice gioco da bambini, ma una cosa seria, facevamo delle palline di argilla che fungevano da proiettili, bisognava essere molto precisi nelle dimensioni altrimenti non riuscivi a dargli la giusta pressione soffiando”. Tra i vigneti c’erano i gelsi, le cui foglie servivano per far crescere i bachi da seta, o “cavalieri” come erano chiamati qua, come se solo un essere elegante potesse dare il tessuto prezioso come la seta. La coltivazione della seta era una delle entrate “parallele” dei contadini di una volta, fino alla fine degli anni ‘60 si trovava ancora in molte case.

Bruno e Lauretta non la chiamano “biodiversità” ma i loro sono racconti in cui emerge la grande varietà di fauna e flora che caratterizzava il territorio trevigiano. Ci descrivono tanti tipi diversi di frutta, di pesche, persino di fichi; e poi gli uccelli, dai rondoni ai pipistrelli alle averle: ognuno col suo posto nei campi o nell’aia in un bellissimo equilibrio che oggi si è inevitabilmente un po’ perso. “Son dieci anni che non vedo una vipera” Bruno lo dice quasi con nostalgia. È anche per preservare questa varietà che ha destinato un piccolo angolo di vigneto, quello più vicino a casa, per raccogliere diversi tipi di vitigni, che spesso crea lui direttamente, facendo innesti da viti selvatiche. Non ha criteri particolari, fa semplicemente le piante che gli piacciono: verdiso, bianchetto, malvasia, persino la malvasia candida (ossia la malvasia bianca di Cndia): quando gli chiediamo come mai questa scelta poco consueta, non risponde “perché è buona” ma sorridendo dice “perché è bellissima!”.

Mantenere le radici; ognuno lo fa a proprio modo. Lauretta col suo albero genealogico mantiene uniti i rami della sua grande famiglia; Bruno col suo giardino preserva la biodiversità e le radici della natura.